
La principessa tarlata
C’era una volta il paese delle sedie, dove tutti gli abitanti stavano in piedi appunto per costruire sedie di ogni dimensione e forma da spedire in qualsiasi parte del mondo.
In nessun altro posto erano così bravi nello scegliere gli alberi migliori e farne uscire poi appoggiaglutei talmente perfetti da suscitare solo dei prolungati ahh ohhh ehhhh di soddisfazione da parte di chi li utilizzava: qualsiasi persona si accomodasse su quelle sedie si sentiva bene a tal punto che non aveva più alcuna voglia di alzarsi.
E nel paese delle sedie tutti davano il loro contributo e sfacchinavano da mattina a notte inoltrata. Il capofalegname sbraitava ordini ad uomini, donne e bambini: ne aveva persino per i nonni e per il giullare di corte che non trovava più il tempo per far ridere nessuno. I soldati usavano le spade solo per tagliare i tronchi, il ciambellano, si sa, era specializzato e faceva dei gran bei buchi, le fattucchiere avevano dimenticato da tempo tutti gli ingredienti per le pozioni magiche e scopavano via i trucioli che altrimenti si sarebbero accumulati fino a far solletico anche al cielo.
Neppure il re e la regina avevano potuto sottrarsi alla gran mole di lavoro: abbandonati corona e mantello, finiti sopra la testa e le spalle del gatto di corte, spettava loro il compito di grattugiare le gambe alle sedie quel tanto che bastava per renderle adatte a tutti.
Solamente una persona aveva diritto a stare seduta beatamente tutto il santo giorno, diritto si fa per dire perché non si era potuto agire diversamente: la principessina era appena nata da un quarto d’ora quando la regina, per togliersi una scheggia dal dito, l’aveva appoggiata un minutino sul trono ormai in disuso e da lì non c’era più stato modo di muoverla. Appena cercavano di prenderla in braccio, la principessa strillava e piangeva così tanto da allagare il pavimento del castello.
Così ci si era rassegnati a vederla crescere sul trono, la si vestiva e la si imboccava senza mai spostarla altrimenti erano urla a non finire. Il maestro le appoggiava i libri per terra poi correva via ad accatastare sedie, il dottore aveva appena il tempo ogni due anni per guardarle in bocca che i denti non si accalcassero o per misurarle la statura: impresa quasi impossibile dato che la principessa sgranava lo sguardo color pervinca e, arrotolandosi tutta sul trono come una stella filante, impediva qualsiasi operazione.
E le cose andarono così finché una mattina dal bosco arrivarono degli scricchiolii sospetti: si mandarono in esplorazione tutti i bambini del paese, ma questi tornarono senza risposte esaurienti. Sì, gli alberi sospiravano in un modo nuovo e si grattavano il tronco con i rami più bassi quasi avessero il mal di pancia, ma nulla di più. Forse era solo colpa del gran caldo ed occorreva avere pazienza, aspettare che passasse.
Un brutto giorno però il capofalegname si accorse che tutte le sedie erano bucherellate, ne prese una e fece una cosa che meditava da tempo: ci si sedette sopra, ma nemmeno se ne accorse perché dopo un secondo si trovò col sedere per terra. Le gambe della sedia si erano sbriciolate e così fece il sedile. Come non bastasse subito dopo tutte le sedie pronte per le consegne si trasformarono in polvere finissima che il vento trasportò lontano, oltre le montagne.
Nella piazza ormai vuota arrivarono tutti con le bocche spalancate di meraviglia : il paese delle sedie era rimasto senza una sedia, anzi, neppure uno sgabello era sopravissuto. Fu il ciambellano il primo che corse a gambe levate dentro il castello e certo, aveva avuto ragione di pensarlo: anche il trono si era trasformato in un mucchietto di segatura ma, cosa ancora più grave, la principessa giaceva a terra svenuta e solo poggiandole un imbuto sul cuore fu possibile sentirle il battito debole, quasi lontano. Venne prontamente mandato il banditore a dare l’annuncio ai sudditi: “Meno male, forse gravemente malata ma la principessa è ancora viva!”.
Il re, rimessosi corona e mantello, sedette sui gradini del castello ed invitò tutti i più grandi esperti di malattie che, arrivavano baldanzosi, ma dopo aver visitato la principessa se ne andavano mogi mogi scuotendo la testa.
La fattucchiera numero sette provò cantilenando tutte le lettere dell’alfabeto, il giullare raccontò milleduecento barzellette e piroettò per tutta la stanza, il gatto andò a leccarle le palpebre ma gli occhi ostinati della principessina rimasero chiusi e non solo, la sua pelle candida cominciò ad essere occupata da piccoli coriandoli scuri .
Fu durante la notte di ferragosto che il ciambellano, addormentato sotto il letto dell’ammalata, venne svegliato da un cric croc crac. Andò a sbirciare dietro tende dentro il camino sopra il lampadario, ma alla fine, dopo averne auscultato il petto, si convinse che il rumore veniva proprio dal cuore della principessa. Ebbe un attimo di sbigottimento ma subito gli fu tutto chiaro e si appese alle corde delle campane per chiamare a raccolta la popolazione a cui disse: “ La malattia della principessa è la stessa delle sedie e degli alberi del bosco. Il male è un tarlo. La principessa è tarlata!”.
Senza perdere tempo prezioso nel paese senza sedie si misero a disposizione i beni di ciascuno per pagare scienziati ricercatori maghi e studiosi. Partirono anche mille esploratori alla ricerca di un rimedio che potesse salvare la principessa.
Passavano i giorni, la piazza era sempre gremita di persone ormai disoccupate che cicalavano ininterrottamente di polverine magiche, pastiglie, trapani, pomate e maledizioni. Finite le scorte di lacrime il re e la regina sfogliavano senza sosta tutti i quotidiani del mondo, maghi e streghe consultavano le sfere di cristallo.
Giungeva gente a qualsiasi ora ed era un via vai continuo di persone strambe che venivano fatte entrare nella camera della principessa per tentare di guarirla.
Arrivò a piedi un fachiro dall’India con un serpente ammaestrato che mandò a danzare sopra il cuore della fanciulla e pure un falegname della Patagonia spedì un rarissimo picchio dalle ali viola a becchettarle la pelle bollata. Ci furono poi grandi aspettative per un principe azzurro che, smontato dal suo cavallo bianco, baciò per ore ed ore le labbra fredde, ma l’ammalata non desisteva dalla sua inerzia totale.
“ Ci penso io, vedrete che a me non potrà resistere” disse un famoso ipnotizzatore “ Io i tarli li faccio rigare diritti in due secondi” ma non andò proprio così perché dopo una giornata intera passata ad ordinare ai tarli di andarsene da quel corpo e dagli alberi, dovettero trascinarlo via ormai afono mentre i bolli sulla pelle della principessa erano aumentati vistosamente e pure dal suo petto giungevano rumori preoccupanti.
“Poveri noi sventurati, le stanno mangiando il cuore” urlava il giullare strappandosi gli ultimi capelli rimasti.
Anche gli alberi del bosco si reggevano in piedi a stento forati come erano da mille gallerie di vuoto, certi cominciavano a piegarsi inesorabilmente verso l’erba, altri esausti avevano mollato tutti i rami a terra
Il popolo sospirava e piangeva. La regina madre aveva smesso di mangiare e si era chiusa nell’armadio.
Mentre si sparavano fuochi d’artificio per cercare di distrarre i tarli e farli desistere dal lavorio ininterrotto, nella camera della principessina si presentò un ragazzo sbrindellato e sporco che stringeva con forza un retino.
“Fatelo uscire subito dalla stanza o porterà altre malattie!”
Ma il ragazzo lesto si avvicinò al letto ed aprì il retino: un nugolo di farfalle fosforescenti si sparse nella stanza. La più grande si posò sui capelli della principessa, stette un po’ immobile a strofinarsi le ali che dopo aprì per volarle decisa dentro l’orecchio.
Ci fu un silenzio assordante che si propagò per tutto il reame, rane ed uccelli zittirono. Le mosche smisero di volare.
Passò il giorno poi la notte. Quando ormai le speranze stavano facendo fagotto, si vide la principessa muovere dapprima un dito poi un piede e subito le tremarono le ciglia mentre la pelle si faceva di nuovo candida senza alcuna macchia.
Si trattenne il fiato.
E miracolo: la bocca della fanciulla si aprì liberando uno sbadiglio e la farfalla.
E poi parole e parole.
“Ho fame cosa c’è da mangiare un po’ di gelato al limone ma quanto ho dormito dove è il gatto perché nessuno suona qualcosa e che ci fa tutto questo silenzio e la pizza con le noci chi si ricorda dove ho messo il cerchietto che sete sento un vuoto nella pancia chiamate il giullare ho voglia di ridere”
E furono corse risa strette frizzi bacchette magiche torte lazzi canzoni banchetti.
Fu il re che stette abbracciato per sempre alla regina.
Fu festa vera in tutto il reame, che si andò a ballare nel bosco anche lui aggiustato.
Fu uno sciame di farfalle fosforescenti a guidare le danze.
Fu la promessa di non toccare più gli alberi, si potevano fare altri lavori.
Fu bello davvero.
Davvero, c’ero anche io.