
Il furgone
Abito in un furgone girato verso la luna, la vedo attraverso il finestrino del portellone.
Rumori notturni ce n’è che razzolano attorno.
Non sogno niente.
Una lavagna nera sta posteggiata per tutta la notte dove mi batte il muscolo.
Il mattino arriva l’autista e sposta il furgone, muove il volante a destra sinistra. Sale, scende.
Alberi cielo voci di nuovo silenzio. Poi c’è il bosco con il prato, il fiume che lo taglia in due.
Appena resto sola mi tolgo tutto, entro nell’acqua e me la faccio scorrere per essere consumata come i sassi di lì vicino, piatti e lisci, carezzati da un’eternità di acqua.
Dopo mi sdraio sul prato con la faccia a respirare l’odore dell’erba conficcata nella terra.
Formiche affannate vanno avanti e indietro.
A volte dormo, mi svegliano le api che mi scambiano per un fiore scomposto. A pancia in su calco il sedere contro il suolo per farlo penetrare, mi piace.
Il cielo è fatto di aria e nuvole che la tengono sospesa. Nel cielo si possono disegnare pensieri all’infinito, poi arriva un vento che li trasporta in viaggio e li rende allegri.
In una buca dell’albero tengo il pane con il formaggio e le mele.
Non sempre ne mangio, certi momenti mi piace solo guardarli prima di riavvolgerli nella carta marrone. Li ridò all’albero.
Col buio arriva un soffio caldo che mette i brividi. A quell’ora torna anche l’autista, salgo dietro e si riparte.
In cima alla montagna l’autista frena, scende e picchia due volte sul portellone per salutarmi. Se ne va.
In quel posto le stelle sembrano più larghe, che ci puoi parcheggiare una cadillac. E se vuoi restarci in ferie finché ti stufi di tutto quel giallo oro.
Torno e trovo sempre il furgone ad aspettarmi, il materasso le lenzuola sudate.
La cartolina nera che guardo per l’intera notte.
Il furgone si addormenta sempre prima di me.